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VALSASSINA CULTURA
02 Aprile 2013
a cura di: Angelo Sala

Almeno nei primi di questi venticinque anni, l’edizione lecchese de “La Provincia” ha avuto un rapporto privilegiato con la Valsassina, raccontando i nostri monti, la nostra storia, la nostra gente, la roccia frantumata dalle loro braccia e trasformata in terra se non da coltivare almeno da pascolare.

Non c’era giorno, soprattutto nei primi anni, in cui non si salisse da Lecco in Valsassina per raccogliere almeno una pagina di notizie e in questa raccolta si puntò subito a raggiungere un importante obiettivo: attirare cioè l’interesse dei lettori e spronarli a discutere i contenuti e le varie notizie, contribuendo ad informarli delle varie problematiche inerenti la valle. Così che una notizia che riguardava più direttamente uno dei quattro paesi dell’Altopiano potesse avere una ricaduta di interesse tra i paesi della bassa valle come tra quelli della Muggisca, della Val Casarga o dell’alto Varrone.

Decisivo, nel vincere questa impegnativa sfida, è stato l’apporto fornito, in quei primissimi, e ahimé ormai lontani anni, da Giulio Selva. Il suo “Osservatorio valsassinese”, che usciva la domenica, non solo faceva registrare un’impennata nelle vendite (cosa che allora come oggi non guasta mai) ma consentiva di avere un punto di riferimento, attraverso i commenti che puntualmente scatenava, per gran parte delle notizie della settimana successiva.

A lui dobbiamo la riappropriazione di questa nostra terra di Valsassina, restituitaci tra passato e presente, esauriente, efficace, con l’invito a rimanervi radicati con l’occhio sempre attento alle secolari trasformazioni che l’hanno determinata e sempre vigile alle minacce che potrebbero comprometterne i delicati equilibri.

Due delle tante battaglie condotte e vinte dal giornale in quegli anni efficacemente sintetizzano questo approccio. La prima fu la proposta, lanciata proprio da queste pagine con una intervista all’allora dirigente del settore agro forestale della Comunità Montana, Giacomo Camozzini, che il servizio militare per i giovani allevatori venisse trasformato in servizio civile, da svolgere nella propria azienda, riconoscimento all’insostituibile ruolo della zootecnia nel mantenimento di ambiente, tradizioni, lavoro.

La seconda fu condotta contro un certo ambientalismo becero secondo il quale la fatica del montanaro allevatore dovesse continuare ad andare a piedi, consentendo invece ai protagonisti di oggi di quella secolare epopea lattiero casearia che ha diffuso e continua a mantenere alto il nome della Valsassina in tutto il mondo, di alleggerire almeno in parte quella fatica con l’impiego di mezzi motorizzati.

Ripensando, oggi, a quegli entusiasmanti inizi, non posso non associare, a quello di Giulio Selva, il ricordo di tanti altri protagonisti di quella straordinaria avventura: Tomaso Pigazzi e Roberto Osio, don Tullio Vitali e don Natale Della Grisa, Luciano Lombardi e Bruno Carissimo che ci hanno consegnato pagine e dialoghi diretti di incantevole singolarità e, oggi, la nostalgia degli affetti.