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VALSASSINA CULTURA
I santi fratelli della montagna: Santa Margherita a Casargo

Raccontavano, in Valsassina, che vi erano una sorella ed otto fratelli, tanto poveri da ridursi a possedere una sola nocciola; convennero di dividerla in nove parti, ma uno di loro, sogghignando, rifiutò l’inezia che gli toccava. Morì di fame, mentre gli altri sopravvissero. Scelsero ciascuno la cima di un monte in vista l’una dell’altra, e là si ritirarono a pregare, venerati dalle popolazioni per la loro santità. Ogni sera un fuoco di saluto si accendeva sul monte più eminente e veniva ritrasmesso sino alla sorella; lo stesso mezzo di avviso era impiegato da ciascuno per chiedere l’aiuto del fratello più vicino quando necessitava accorrere in soccorso di qualche montanaro in pericolo, malato o moribondo. Di tempo in tempo, ogni eremita scendeva a trovare la sorella, Margherita, che aveva preso stanza nella valletta presso Casargo, appena sotto il valico di Piazzo tra Valsassina e Val Varrone, là dove ora sorge la graziosa chiesetta romanica dedicata al suo nome.
Mette qui la pena di aprire una breve parentesi per accennare ad altra leggenda su Margherita, che udii narrare quando ero ragazzo dalle donne di Somadino, leggenda significativa in quanto spiegherebbe la dedicazione a Margherita in un luogo strategico quale quello accennato di Piazzo, in ogni tempo guardato militarmente. Le notizie che espongo sono attinte alla memoria popolare. Si intrecciano, sovente, con quelle più o meno ufficialmente accettate dall’agiografia della Chiesa. Margherita fu martire di Antiochia. Gettata in carcere dal governatore romano della provincia perché gli si era rifiutata, alle torture dei carnefici si aggiunsero gli assalti del demonio che, una notte, le apparve sotto forma di drago. Ebbene, ciò portò a dire, da noi in valle, che Margherita era la fanciulla salvata dal drago per opera di San Giorgio. Tale santo, come è ben noto, fu caro ai Longobardi guerrieri, così come ai Franchi. Nulla quindi di più probabile che la dedicazione a Margherita sia da equipararsi a quella di Giorgio, tanto frequente nelle fortezze arimanniche del nostro Lario. (Pietro Pensa, in L’Adda, il nostro fiume, volume terzo, Religiosità, tradizioni e folclore nel ritmo delle stagioni).