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VALSASSINA CULTURA
L'esorcizzato della Spinera

Vi era credenza che chi avesse condotto esistenza peccaminosa non potesse riposare in terra consacrata: la sua anima era condannata a vagare nei luoghi dove aveva commesso misfatti sino a che un sacerdote non l’avesse esorcizzata. Anche chi fosse riuscito a celare in vita i suoi delitti sarebbe così stato smascherato dopo morto.
Raccontano che un tale, malvagio quanti altri mai ma tanto impostore da essere ritenuto uomo dabbene, era morto a Pasturo. La sua salma era stata seppellita nel cimitero del villaggio; il giorno seguente, però, il becchino trovò la bara fuori dal tumulo; stupito dal fatto la risotterrò, ma il caso tornò a ripetersi. Avvertito, il parroco, dopo aver raccomandato il silenzio sull’accaduto, andò di notte al cimitero con quattro uomini robusti e fidati. Li lasciò fuori dal cancello ed avanzò da solo nel camposanto. Buon esorcista, scongiurò il morto con strano linguaggio, favellando a lungo con lui e richiedendogli alla fine dove avesse dovuto confinarlo: «Alla Spinera» rispose l’anima in pena, assicurando che non avrebbe fatto alcun male ai portatori purché non si voltassero indietro durante il ritorno. I quattro uomini si caricarono la bara sulle spalle e si misero in cammino verso il luogo indicato che si trova alla base del Pizzo Angelone. Senonchè, attraversato il ponte di Chiuso e svoltato a destra verso Barzio, sentendosi alleggerire le spalle, essi compresero che il morto era scomparso. Il parroco, che li seguiva, li invitò allora a ritornare. Mentre procedevano verso il paese si udirono venire dalla Spinera alti lamenti, nefande bestemmie, frastuoni e invocazioni disperate. Uno dei quattro non seppe resistere alla curiosità e si volse. Gli apparve una scena infernale: un incendio avviluppava la Spinera e le balze inferiori dell’Angelone. In quelle vampe il morto veniva sospinto verso la cima del monte da una folla di diavoli furibondi che lo andavano tormentando. Si racconta che il povero portatore morì di spavento tre giorni dopo la terrificante visione, per non aver rispettato il volere dello scongiurato. (testo di Pietro Pensa, da L’Adda, il nostro fiume, volume terzo).