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VALSASSINA CULTURA
Il folletto di Introbio

A Introbio, presso la torre che blocca la strada verso Biandino e la Val Gerola, torre di trista fama per una storia di amore e di morte accaduta ai tempi delle fazioni ma ancora ricordata sino a non molto addietro, vi era in quegli anni la farmacia della famiglia Rossi, la prima apertasi in Valsassina. Presso quella distinta famiglia era venuto a villeggiare un signore di Lecco, con la motivazione ufficiale di curarsi una salute poco cagionevole, ma in effetti per sottrarsi dai sospetti che nutrivano su di lui le autorità austriache ritornate dopo la breve parentesi del 1848.
Ebbene, una mattina di settembre l’ospite trovò abito e camicia frastagliati in ogni senso da piccoli tagli. Lo strano fatto si ripeté nella casa nei giorni successivi su stoffe e panni non solo di chi vi abitava ma anche di estranei ce venivano in visita. Vi fu grande scalpore. Il parroco interessò la Curia, venne anche un luminare dell’Università di Pavia che, peraltro, si dichiarò impotente a spiegare il fenomeno, pur constatando che avveniva specialmente in presenza di un ragazzetto della famiglia, forse, diremmo noi, dotato di facoltà paranormali. La vicenda continuò fino al gennaio del 1849. Il popolo, assai eccitato, la attribuì al folletto. Ancora i nostri nonni ce ne parlavano quando eravamo ragazzi. Si diceva che la famiglia Rossi ebbe per colpa dello spiritello dispettoso ben 600 lire austriache di danni. (testo di Pietro Pensa, da L’Adda, il nostro fiume volume terzo)