Letteratura

Riscoprire la propria terra

La singolare bellezza del paesaggio, la serenità, vitalità, creatività della sua gente, rendono questo territorio un’oasi di particolarità. Può dirsi di ogni parte di questo territorio quel che scrisse uno dei visitatori all’epoca del Grand Tour: «Vago piacevole castello posto negli estremi gioghi delle nostre Alpi, contornato da un giardino molto vago e di meravigliosa bellezza, che da quel giorno mi dominò e mi fece suo schiavo.

Dall’incanto di questa terra furono presi anche Alessandro Manzoni, Antonio Fogazzaro, Stendhal, Hermann Melville, Mark Twain, Henry James, Sibilla Aleramo, Clemente Rebora, Salvatore Quasimodo, Hermann Hesse, Franz Kafka, Delio Tessa, Vincenzo Cardarelli, Carlo Emilio Gadda, e tanti altri, che ne restarono ammaliati al punto da non riuscire più a distaccarsene.

Un’immagine diversa di questo nostro lago, di queste nostre montagne, visti attraverso gli occhi di quei letterati, di quegli artisti che nell’Ottocento e nel Novecento vi hanno soggiornato. Occasione di riscoprire la propria terra entro le parole preziose di artisti che ne hanno saputo interpretare l’anima.

Ci piace riprendere l’inizio d’un racconto di Cesare Cantù che ha per titolo «Isotta», scritto nel 1833 e raccolto con altri in un volumetto stampato a Vienna nel 1847: «In quei cari anni fra i diciotto e i venti, più volte, tra per diletto e per necessità, io doveva scorrere il Lario da Lecco a Colico. Non essendo neppure tracciata la strada, che ora è compita per comodo e per meraviglia, né tampoco udendosi parlare di battelli a vapore, si dovea fare quel tragitto in una barca comune, che partendosi la sera, giungeva sul mattino alla meta. Varia sempre era la compagnia: i più, negozianti che dal mercato ritornavano; qualche villico, qualche donna: di rado con chi discorrere; onde la notte si passava tacendo, se non veniva di quando in quando rotto il silenzio da una preghiera, che ai poveri annegati alzava il più vecchio navalestro, e a cui tutti rispondevamo. Una di quelle notti era più limpida del consueto, ed io, al chiarore di una piena luna, stavami ritto in piedi sulla spalliera, abbracciato agli arcucci della coperta, porgendo ascolto ai mille rumori che popolano l’amico silenzio della notte, e fantasticando come volentieri si suole a vent’anni, in una notte vegliata in mezzo al lago, e con tante vergini speranze, quante erano allora le mie. Scosso e rivolto, mi trovai a fianco un sacerdote, di mezza età, di quella presenza che indica il pensiero e l’azione: e che anch’esso guardava, fantasticava, taceva. Fra due persone affette al modo istesso, agevole entrò il discorso; ed ora egli narrava a me le ricerche de’ sapienti e de’ curiosi intorno a quel lago: ora io mostrava a lui lo stupendo effetto delle fornaci di calce, sfavillanti come vulcani sulla bruna schiena dei monti della Valassina: indi egli m’additava sull’opposta riva le rocche in rovina, mi parlava de’ monasteri, di non so che regina Teodolinda, la quale, egli diceva, fabbricò quella torre alta sopra Varenna e il sentiero che costeggia il lago: ed io gli mostrava i solchi, da incognita causa increspati sul tranquillo dell’onde. – Guardi (io gli diceva) com’è puro lo zaffiro dei cieli! Le stelle ond’è tutto seminato, non pajono elle tante isolette di luce nell’oceano dell’aria? – Sì, mi soggiungeva egli: chi nel contemplarle non sente vivo il desiderio di salire più in alto di esse, e tuffarsi in una luce ancora più pura ed immortale? E tacemmo, e guardammo il cielo, i monti, il lago».

Lo scrittore tedesco Johann Georg Kohl proclama che il lago di Como non deve mancare in Paradiso, non essendo possibile trovare al mondo altro lago che lo avanzi in bellezze naturali. «Beatus Pater Larius» lo appella Paolo Emilio Parlaschino, valsassinese, in una sua ode. «Ce lac sublime» lo dirà l’innamoratissimo Stendhal ne «La certosa di Parma», definendo le nostre terre «luoghi incantevoli senz’uguali al mondo». Qui egli vedrà «paesaggi sublimi e deliziosi» dove «tutto è nobile e tenero, tutto parla d’amore, niente richiama le brutture della civiltà». Paolo Diacono aveva dedicato versi «in laude Larii lacus», descrivendo così le sue sponde:

Tu sei cinto d’uliveti da entrambe le rive,

non sei mai senza fronde, tu che sei cinto d’ulivi;

i melograni rosseggiano di qua e di là per i lieti giardini,

misti all’alloro rosseggiano i melograni.

Entro la magica atmosfera del Lario si possono capire le parole di Flaubert: «Vi sono dei luoghi della terra così belli che si desidera di stringerli al cuore».