Arte – Casargo

La chiesa parrocchiale
di San Bernardino

In origine la chiesa era un semplice oratorio ad un’unica navata la cui costruzione risale al Quattrocento e per tradizione viene connesso con probabile visita compiuta da San Bernardino da Siena che intorno al 1420 predicò a Como. Tale appare ancora in un disegno del 1577 che riproduce la sua pianta. E’ questo piccolo oratorio che San Carlo visiterà una prima volta il 28 ottobre del 1566 e una seconda volta il 16 agosto del 1582. In questa occasione il santo troverà la chiesa in stato precario. Così viene descritta nella relazione della visita, riportato da Eugenio Cazzani (San Carlo in Valsassina, 1984): «Lachiesa, grande, è soffittata con tavole di legno che mostrano crepe; la porta èfatiscente; le pareti, ognuna con una finestra, non sono neppure intonacate;sulla facciata vi sono due finestre, una rotonda e l’altra a forma di croce, ma non si corrispondono. In un angolo c’è il cimitero; attorno alla chiesa c’è terra alta che produce umidità».
Con la fondazione della parrocchia avviene il definitivo distacco dalla chiesa matrice di Margno, nel 1655, stabilito dall’allora arcivescovo card. Alfonso Litta. La frazione di Codesino rimarrà con la parrocchia di Margno fino al 22 luglio del 1801 quando con un decreto del Ministro degli Interni della Repubblica Cisalpina, verrà definitivamente unita alla parrocchia di Casargo (Carlo Alberto Crippa, Uomini e paesi della verde Valsassina,1978).
La chiesetta viene ripristinata e ingrandita, anche con le rimesse di alcuni emigrati nel Torinese. Sopra l’elegante portale datato 1758, si osserva una lapide del 1658, probabilmente relativa a quei lavori. Fra alcune tele del tempo è notevole la pala di altare di destra con la Vergine del Carmelo e i Santi Carlo, Francesco, Bernardino e Simone Stock e che si crede di provenienza torinese. Viene ulteriormente ingrandita con l’aggiunta delle navate laterali nel 1833-34 e fu ampliata verso occidente e quindi sottoposta a decorazione a cominciare dal 1842. Risale a quell’anno l’organo di Giuseppe Valli revisionato nel 1899 da Vittore Ermolli. Di qualche tempo più avanti sono gli affreschi di Giovan Maria Tagliaferri, che illustrano l’arco trionfale con i profeti, la volta del Presbiterio con l’Annunciazione e gli Evangelisti, e il coro con numerosi medaglioni di santi. Nell’oratorio di San Giacomo di Codesino la pala precedente di Sant’Antonio del 1658 firmata da Luigi Reali. Del 1824 è l’altare maggiore a tempietto in marmi e formelle scolpite. Si segnalano un confessionale intagliato barocco e una tavola con copia della Annunciazione del Garofalo. Nel 1890-91 venne rialzato il robusto campanile dalla caratteristica guglia di cotto.


Sant’Ulderico: la chiesetta
millenaria sul monte Muggio

La chiesetta dedicata a Sant’Ulderico (o Gualderico) sul versante settentrionale del Monte Muggio, a 1392 m. di altitudine, domina la zona centrale della Val Varrone in posizione opposta alla chiesetta di San Sfirio sul Legnoncino. La chiesa è segnalata dal “Liber Notitia e Sanctorum Mediolani”, opera di Goffredo da Bussero che stilò, nel XIII secolo, l’elenco delle chiese, degli altari e dei santi a cui essi erano dedicati(“loco narro veneratur ecclesiabeati gualderici martiris“). L’edifico originario risalirebbe all’XI secolo ed era composta da un unica aula con l’abside semicircolare, rivolta verso la parte alta della Valsassina.Tra la fine del XVI secolo e l’inizio del successivo, per probabili esigenze di culto, viene mutata completamente la sua struttura, ruotando l’orientamento della chiesa primitiva di novanta gradi.Viene infatti costruita una navata preceduta da un atrio; la piccola navatella medioevale viene adattata a presbiterio; l’antica abside romanica trasformata in sagrestia e murato l’originario portale. Nel 1969, per preservare la struttura da possibili crolli, si è proceduto ad un improvvido”restauro” che ha ricoperto con uno strato di malta tutte le superfici.Questo infelice intervento ha di fatto impedito la possibilità di una analisi dei materiali e delle tecniche utilizzate e la ricerca di probabili tracce di antichi elementi decorativi (archetti, affreschi nell’antica abside) e tracce delle monofore dell’edificio antico. Inoltre l’originaria copertura del tetto in pietra locale è stata, sempre in quella data, sostituita con beole verdi della Valmalenco.
Dalle ricerche effettuate da Oleg Zastrow (“Repertorio di arte medioevale in Alta Valsassina“, saggio pubblicato sulla Rivista Archeologica dell’antica provincia e diocesi di Como nel 1976)nell’archivio della Curia di Milano, in merito ad una visita pastorale nella Valsassina nel 1556, sappiamo che vicino alla chiesa zampillava una sorgente d’acqua freschissima che scaturiva da un sasso, nella quale si lavavano i fedeli che visitavano la chiesetta e e che, secondo la popolazione aveva virtù terapeutiche. Si sa inoltre che “in San Olderico vi si celebra il dì dell’Ascensione con grande concorso di popolo proveniente da diversi luoghi”.E’ interessante notare che vi si parli della tradizione di effettuare la sera della vigilia varie pratiche superstiziose. Queste pratiche certamente a carattere paganeggiante o perlomeno profano, e con dubbi risvolti morali nella loro promiscuità, attireranno le sanzioni e gli ammonimenti in ripetuti richiami pastorali: più avanti si dice che la chiesa dovrà essere chiusa e che non si dovrà più celebrare finchè verranno eliminate “le vigilie e le danze, le superstizioni che ivi hanno luogo”. Si sa tuttavia che anche più avanti, nel XVII secolo avanzato, tali pratiche non erano state eliminate perché esiste, in tal senso, un ordine del Cardinale Federico che impone ancora di toglier le pratiche della vigilia del 4 luglio. Ancora oggi il primo sabato di luglio, in onore del santo, per continuare una antichissima tradizione viene effettuato un pellegrinaggio alla chiesa.


La chiesa di San Rocco a Narro

La piccola costruzione precede il paese con una curiosa facciata a capanna caricata sulla sinistra da un ampio campaniletto a vela. I rimaneggiamenti non cancellano la antica struttura riferibile al Trecento e legata ad un probabile voto contro le pestilenze. L’edificio consiste oggi in una modesta aula grosso modo rettangolare, divisa a metà da una specie di arco trionfale: la prima parte ha un soffitto piano,mentre la seconda ha delle voltine a crociera costolate, con la parete di fondo dell’altare piana e verticale. La parte absidale venne ricostruita nel 1569,decorando la parete di fondo con la Crocefissione fra i Santi Rocco e Sebastiano,affiancati dalle Sante Anna e Marta e dalla Vergine. Sull’affresco è incisa la data 1585. Nel corso dei restauri del 1908, nella parete meridionale sono apparsi diversi riquadri affrescati: sotto la campatella costolonata si vede un lacerto di affresco riproducente San Rocco in veste da pellegrino di fine Trecento.Il particolare curioso consiste nel fatto che la tipica piaga del santo è qui segnata sulla coscia destra, mentre nella pittura precedente la ferita si trovasu quella sinistra. Verso occidente invece la Madonna col Bambino introno e reggente con la mano destra un libro, corredato da una iscrizione relativa a Ser Alberto de Tetis che commissionò il dipinto nel 1418. Altra particolarità, già evidenziata da Oleg Zastrow (“Repertorio di arte medioevale in Alta Valsassina“, 1976),riguarda le pareti della chiesa su cui sono posti gli affreschi definiti”a serpentina”, cioè non perpendicolari ma ondulate. Questa stranezza, del resto non unica nei manufatti di questa epoca della zona, è ricondotta dallo storico non alla rozzezza delle maestranze, come qualcuno ha avanzato quanto ad una più libera interpretazione dei canoni romanici.


San Martino la chiesa a metà strada
tra i paesi di Indovero e Narro

La parrocchia di San Martino si trova in una posizione isolata e equidistante tra i due paesi di Indovero e Narro vicino al profondo solco della Valresina. Per spiegare questa singolare collocazione sono nate varie leggende. La più famosa è quella che identifica l’edificio sacro come la “chiesa del filo” o “della corda”.Si tramanda che per lunghi anni i due paesi vicini furono in contrasto a causa della posizione della chiesa parrocchiale: l’uno la voleva nel proprio territorio e stessa cosa reclamava l’altro. A dirimere l’annosa questione ci pensò in modo salomonico lo stesso San Carlo Borromeo. Infatti, racconta la leggenda, il santo fece tirare una corda tra Indovero e Narro e, una volta stabilita la metà esatta tra i due abitati, decise il luogo esatto per l’edificazione della chiesa che avrebbe dovuto servire i due paesi contendenti.La leggenda però non ha solide basi storiche perché colloca la sua fondazione all’epoca di San Carlo mentre a quell’epoca (seconda metà del ‘500) la chiesa aveva già un lunga storia di oltre tre secoli alla sue spalle. Infatti è già citata dal “Liber Notitiae Sanctorum Mediolani” del 1266, un elenco redatto da Goffredo da Bussero, in cui vengono riportati i nomi delle chiese presenti nella diocesi di Milano.
La fondazione della chiesa deve essere però ancora più tarda ed ha origine come chiesa castrense eretta vicino ad un torre militare dell’XI secolo, trasformata in epoca romanica in campanile, provvisto un tempo di un piano di monofore e due di bifore a doppia ghiera. La chiesetta alle origini era di modeste dimensioni e orientata in modo diverso da come appare oggi. Infatti l’edificio attuale, che risale alla fine del ‘500, si presenta ruotato di novanta gradi e l’odierna muratura di fondo dell’altare è in corrispondenza dell’antica parete meridionale dell’edificio.
Data la sua antica origine, San Martino fu la prima chiesa della alta Valsassina a diventare una parrocchia autonoma staccandosi definitivamente da Margno, l’allora chiesa matrice. Questo avvenne il 3 maggio del 1472 su decreto dell’arcivescovo di Milano Stefano Nardini, quando era già stato ricostruito con l’inversione dell’asse. Quando San Carlo la visita il 29 ottobre del 1566 la chiesa appare in uno stato pietoso (“vetus et indecenter constructa” si afferma nella relazione della visita). Si celebrava soltanto nei giorni festivi perchè per i giorni feriali si usava la chiesa di San Gottardo in Indovero dove si battezzavano i bambini del paese, mentre quelli di Narro venivano battezzati nella parrocchiale, dove peraltro mancava il battistero sostituito da un”sedelino” in ottone. Il vicino cimitero era in stato di abbandono evi circolavano animali in libertà; il campanile aveva una sola campana , non c’era una abitazione del parroco e quella di Indovero era piccola e poco decorosa, tanto che San Carlo ordina di “farla accomodar entro un anno a ciò che il Curato possa abitare decentemente, altra mente non si dogliano se resterete senza prete” (Arsenio Mastalli, Parrocchie e chiese della Valsassina nel 16° secolo, in Memorie storiche della Diocesi di Milano, 1957). Da quella visita sappiamo anche che era consuetudine della comunità di Indovero e Narro andare in processione il primo venerdì di maggio alla chiesa di San Gregorio e che il comportamento dei parrocchiani, secondo il parroco, non era esemplare. Infatti Don Mornico scrive alla Curia che “a Indovero et Narro si balla e si giocha li giorni di festa” e che “li uomini per giocar di carte non santifichani le feste”.
E’ rimasta anche la memoria di una singolare penitenza inflitta ad un pubblico peccatore e che il santo stesso approvò. In un documento del 1572 – scrive lo storico Eugenio Cazzani (“San Carlo in Valsassina”, 1984) si trova che Martino de Platto di Indovero, avendo durante la predica rivolto al curato Ambrogio Mornico alcune invettive per una questione di certi alberi, “fu processato e condannato a stare per tre feste durante la messa conventuale sulla porta della chiesa di San Martino, con la candela accesa in mano e al collo una grossa corda, domandando perdono agli uomini per lo scandalo dato”. In compenso il parroco, Ambrogio Mornico, oriundo di Cortenova, che lo accolse insieme alla popolazione era una persona straordinaria. Nella relazione della visita viene descritto cosi: “piccolo di statura era un pozzo di scienza. Sapeva a memoria la Summa di San Tommaso. Scendeva spesso a Milano chiamatovi insistentemente da San Carlo”.
Alla sua partenza, il cardinale darà precise disposizioni per migliorarne le condizioni della chiesa e vi ritornerà a visitarla il 17 agosto del 1582. Nella casa del curato passa la notte coricandosi per terra sopra una coperta distesa da lui stesso, secondo la testimonianza del fratello del parroco Gabriele Mornico, parroco di Cremeno. A distanza di sedici anni però la situazione non era sostanzialmente mutata. La chiesa appare non ancora completamente arredata; manca ancora un battistero e ci sono altari disadorni. In compenso c’è una acquasantiera, il cimitero è recintato e la casa parrocchiale, anche se scomoda e disadatta, si trova comunque ad Indovero. In quella occasione (18 agosto 1582), quando l’edificio aveva subito ulteriori trasformazioni, avvenne la sua consacrazione per opera dello stesso arcivescovo che salì, con una scala a pioli fino al quarto piano del campanile per benedire le nuove campane. Questo avvenimento è ricordato da una lapide posta sulla facciata nell’anno 1637 dopo ulteriori lavori iniziati nel 1625.
La chiesa nel corso degli anni subì ulteriori rimaneggiamenti: nel 1811 fu allungata e in particolare nel corso del 1840 fu sistemata la facciata e successivamente sono stati aggiunti gli affreschi sulla storia del patrono nella parte superiore di Giovan Maria Tagliaferri. Nell’interno neoclassico si trovano una tela di Sant’Antonio da Padova del Settecento e la cappella del Rosario, adorna di stucchi e di un altare ligneo del 1667, con i Misteri su tavolette e una statua della Vergine che risale alla fine del Cinquecento.


La chiesetta di Santa Margherita
tra le più antiche della Valsassina

La chiesetta di Santa Margherita è collocata su uno sperone roccioso nelle vicinanze del valico di Piazzo, poco fuori dall’abitato di Somadino a 865 metri sul livello del mare. Sul luogo di fortificazioni alto medioevali, in una posizione di particolare valenza strategica, l’edificio sacro si trova sul percorso che collegava la val Casargo alla Valtellina. Anzi l’antica strada passava proprio sotto lo stesso portico antistante fino alla costruzione dell’attuale carrozzabile nel 1880. Santa Margherita a differenza di tutte le altre chiese del territorio, che hanno subito molteplici trasformazioni nel corso dei secoli, conserva tutt’ora gran parte delle antiche formule romaniche, soprattutto nella parte absidale, dove è custodito il ciclo di affreschi più antichi della Valsassina. La sua costruzione, secondo gli studiosi, è da collocarsi tra la fine dell’ XII e i primi del XIII secolo. Il piccolo oratorio è comunque citato nel “Liber Notitiae Sanctorum Mediolani“del 1266 di Goffredo da Bussero, in cui viene riportato l’elenco delle chiese presenti all’epoca nella diocesi di Milano (“In vasaxina, locosomadino,ecclesia sancte margherite”).
Ancora oggi l’edificio si presenta con forme omogenee se si esclude il portichetto aggiunto in epoca più tarda ed è composta da una piccola navata suddivisa in due campate con volte a vela rivolta ad oriente e da un abside semicircolare sovrastata dal catino. La facciata, stando sotto il portico, ha un portale di accesso e due finestre munite di grata. Sul lato meridionale c’è una apertura di dimensioni maggiori che illumina l’interno. Intorno all’abside sono visibili gli archetti sotto gronda e le tre monofore. Il tetto a due falde e la conica copertura dell’abside sono rivestite da spesse piode locali. In corrispondenza della facciata svetta un campaniletto a vela senza campana. I muri esterni, per la caduta degli intonaci, mettono in luce, nella zona absidale e nella parete meridionale, una tessitura muraria di pietre a vista.
La costruzione originaria, senza portico e con una piccola porta sul lato nord, ha comunque subito nei tempi rimaneggiamenti e aggiunte. Infatti è solo tra la metà del XIII e il XV che viene aggiunto il portico in dimensioni più piccole dell’attuale e sostitute le primitive capriate interne del tetto con una duplice volta sorretta da pilastri sporgenti dal muro (lesene). Nel XVII secolo vengono chiuse le monofore e la porticina laterale, su ordine di San Carlo e ricavata una finestra sul lato meridionale e due gradini nel presbiterio all’epoca di Federico Borromeo. Nel settecento viene ampliato il portico con l’aggiunta di sedili in pietra e aperta una finestra di sinistra nella facciata. L’altra finestra della facciata,la riapertura delle monofore e di una nicchia interna per gli olii santi risalgono all’epoca contemporanea (fine XX secolo).
All’interno, a sinistra per chi entra, nella prima campatella della navata è presente un affresco che rappresenta la Vergine con Bambino, Santa Margherita alla sua sinistra e un santo martire alla sua destra che il Borghi (“Il lago di Lecco e le valli”, 1999) identifica come San Giorgio. I sacerdoti Pasetti e Uberti nel 1911 (in “Una gloria dell’Alta Valsassina“), denunciando lo stato di precarietà del dipinto, cosi lo descrivono: “Le figure sono a circa dueterzi della grandezza naturale. A sinistra (per chi osserva ndr) è ritto un giovane soldato, in clamide verdognola, e gambe rosse. Colla destra regge l’asta di un gonfalone spiegato, recante la croce; la manca è poggiato sull’elsa di un enorme spadone con la punta verso terra. Guarda verso laMadonna, che campeggia un po’ più in alto, nel mezzo della scena. La Vergine è molto bella, sebbene volgaruccia; ha tinta rossigna, veste rossa, manto azzurro. Colla destra si tien sul petto un libro legato in verde, colla sinistra tien saldo il Bambinello, in vestina color carne, meno leggiadro della divina sua Madre. Egli è in atto di benedire, e nella sinistra regge la palla che rappresenta il mondo. A destra vi è santa Margherita, ritta in piedi, con lungo abito tutto di un pezzo; presso al collo spunta una camicia a ricami. Qui il colore è più morbido che nelle altre figure, ricciuti i capelli, gentile l’aspetto e il portamento. Nella destra la Santa stringe una crocetta semplicissima di legno lunga quasi mezza la persona. Vicino ai piedi della Santa c’è una specie di vilucchio o roveto, ma coperto in parte da una grossa macchia rossa, sovrapposta. Può darsi che vi fosse dipinto un diavolo. Qua e là, mani irriverenti e rozzissime hanno da secoli segnato date: 1519; 1548,colla parola Hispania 1570;1604; 1654”. I sacerdoti richiamano l’attenzione su un cartiglio a fianco del dipinto che indica la data di esecuzione e che interpretano come “1470, di e 7 augusti” ma con dubbi nella interpretazione delle cifre perché propongono anche 1420 o 1429. Dubbi giustificati secondo Zastrow (“Repertorio di arte medioevale in Alta Valsassina“, 1976) perché la seconda cifra deve essere letta come “5” e non come “4” (le ultime due cifre sono illeggibili).
Considerando lo stile compositivo, il dipinto è concordemente collocato nell’ambito della produzione rinascimentale (XVI secolo), cioè successivamente all’ epoca dei lavori di voltatura della navata. C’è chi (architetto suor Paola Dell’Oro,”Relazione storica“, 2004) sulla scorta dei collegamenti tra la Val Varrone e Venezia, ipotizza possibili influenze della pittura veneta. 
Nei primi anni settanta, è stato portato alla luce, sotto lo spesso strato di imbiancature e ridipinture, un ciclo di affreschi nell’abside scandito dalle tre monofore riccamente decorate da motivi fitomorfi. Nel catino absidale, separata da una marcata fascia rossa dal ciclo sottostante, si intravede all’altezza della monofora centrale un piede poggiato su una bassa pedana. Questo dettaglio presumibilmente è da identificare con un Cristo Pantocratore, anche se alcuni documenti delle visite pastorali parlano di un Cristo crocefisso. Sul semicilindro absidale, partendo dalla parte sinistra, è possibile osservare la rappresentazione di un santo identificato come San Quirico; tra questa e la prima monofora si vedono semplici ornamentazioni vegetali, mentre di seguito trovano posto la raffigurazione della Madonna con Bambino nella posa della Odigitria (dal greco “odigos” che significa “Guida”,”Colei che indica la Via”, si intende una raffigurazione frontale della Madonna, con il Bambino sul braccio sinistro). Nell’intervallo tra la seconda e la terza finestrella sono rappresentate due sante: sono Santa Margherita, e Santa Brigida. Infatti due chiare iscrizioni hanno permesso di identificarle con certezza. Nell’ultimo spazio sono affiorate le figure aureolate di due santi: le scritte “Holomeus” e “As”, sotto i volti delle figure maschili hanno fatto supporre che riguardino San Bartolomeo e Sant’Andrea.
L’architetto suor Paola Dell’Oro,che ha curato il recente restauro conservativo della chiesa, nella sua relazione storica così descrive l’affresco: “I personaggi realizzati con tinte di terra a tonalità calde comprese tra il rosso e l’ocra, con sottolineature bianche e verdi, emergono sopra uno sfondo blu che comincia all’altezza dei fianchi delle figure. Nella parte inferiore non è possibile cosa è rappresentato, se non nel caso della Madonna che è posta su un trono bianco con inserti rossi… Partendo dal lato nord incontriamo la figura anonima (della santa, ndr); non è visibile nella sua interezza per la mancanza della pellicola pittorica sia per la presenza nella parte inferiore di un grossolano arriccio. E’ visibile essenzialmente il volto, di sembianze femminili aureolato. In posizione quasi centrale, ma non in asse con la chiesa,incontriamo la Madonna con il Bambino che è il frammento più completo e più raffinatamente realizzato. Sono infatti accuratamente sottolineati i profili delle sopraccigli, curvilinee e continue del naso stretto e affilato e delle palpebre che definiscono nettamente l’arcata sopraccigliare. Il carattere più interessante è appunto l’uso della terra verde per gli incarnati, ben visibile sulla fronte, riscontrabile anche a Civate, dove però differisce per trattimeno sicuri e più chiaroscurati. Ancora, il viso è sottolineato da un ombra di colore verde grigio, la stessa che segna le occhiaie e le guance. Da notare anche gli zigomi definiti inferiormente da una linea che, partendo dall’angolo interno dell’orbita oculare giunge sotto la base dell’orecchio. I due personaggi hanno forme piuttosto affusolate sia nella foggia delle vesti, che del corpo, ma soprattutto per quanto riguarda il volto. I personaggi ritratti alla destra, Santa Margherita e Santa Brigida, come San Bartolomeo e Sant’Andrea ripetono le caratteristiche stilistiche appena denunciate. Santa Margherita rivolta leggermente di tre quarti verso Santa Brigida regge nelle mani degli oggetti non identificabili; Santa Brigida è posta simmetricamente,con un braccio piegato…Il campo che contiene San Bartolomeo e Sant’Andrea è nella parte inferiore, in parte scialbato e in parte lacunoso anche dell’intonaco; solo il volto di Sant’Andrea è chiaramente percepibile: secondo la diffusa iconografia presenta una folta barba e porge il libro in una mano”.
L’identificazione dei personaggi permette di capire la ragione per cui è stato scelto di raffigurare assieme dei santi generalmente non in relazione tra loro: infatti nell’affresco essi rappresentano le chiese del territorio limitrofo: Santa Brigida identifica Narro, San Bartolomeo Margno, Sant’Andrea Pagnona e naturalmente Santa Margherita Somadino. Del resto tutte queste chiese sono molto antiche e tutte sono citate dal “Liber NotitiaeSanctorum Mediolani” del 1266 di Goffredo da Bussero. 
Questo ciclo pittorico, che risente ancora dei rigidi schematismi della pittura bizantina, è datato tra il XII e i primi del XIII secolo e costituisce l’unico affresco romanico conservatosi in Valsassina. Certamente opera di un unico pittore, esso presenta, secondo Zastrow (“Repertorio di arte medioevale in Alta Valsassina“, 1976) delle particolarità significative rispetto ai diffusi canoni della pittura medioevale coeva. Infatti, sotto l’immagine del Cristo, è rara la presenza di un numero così ristretto di santi e ancor più quella della Vergine con il Bambino.Normalmente, secondo lo studioso, alla base dell’abside “era più comune incontrare le figure dei dodici apostoli, eventualmente anche in compagnia della Vergine e di altri Santi”, magari ridotti in dimensioni, come nel non lontano tempietto di San Fedelino sul lago di Mezzola. 
Un’altra anomalia è la rappresentazione della Vergine proprio nell’abside,”quando principalmente la si nota lungo le pareti della navata e per lo più come affresco votivo”. Del resto è inconsueta per l’epoca anche la”duplicazione della figura di Gesù” che torreggia nelle vesti del Pantocratore nel catino dell’abside e nel contempo più sotto è rappresentato nella braccia della Vergine. 
Anche la stessa struttura della chiesetta presenta aspetti singolari. Per esempio il diametro dell’abside non è perpendicolare con l’asse della navata.Le stesse monofore inoltre non si trovano in posizione simmetrica e questo comporta che la figura della Madonna col Bambino, tra la prima e la seconda apertura, non sia al centro del semicilindro dell’abside come ci si aspetterebbe. Questa “apparente disarmonia”, rilevata anche per la chiesetta di Sant’Ulderico, è stata spesso imputata alla “rozzezza”degli artefici medioevali che operavano in un’area marginale come quella dell’alta Valsassina. Zastrow invece, considerando i manufatti romanici di questa zona, tra cui anche San Rocco a Narro, e giudicandoli di livello qualitativo considerevole, propende per “una filtrazione personalizzata dei generali canoni creativi medioevali”.
Un’altra particolarità di Santa Margherita, messa il luce di recente sempre dallo Zastrow (“La chiesa matrice di S. Bartolomeo a Margno”,2001) solleva invece interrogativi sulle originarie funzioni sacre di questo oratorio. Già in una relazione di una visita fatta nel 1579 da mons. Luigi Sanpietro, delegato dell’arcivescovo, si suppone che la chiesetta fosse in antico l’unica chiesa parrocchiale di tutta l’Alta Valsassina. Nello studio di Arsenio Mastalli (Parrocchie e chiese della Valsassina nel 16° secolo, in Memorie storiche della Diocesi di Milano, 1957) viene riportato quanto si afferma nella relazione e cioè:”In essa si vede una buca o lavello de pietra rusticho… che si dice fusse l’anticho fonte battesimal”. Negli atti della seconda visita pastorale di San Carlo Borromeo, nel 1582, descrivendo lo stato di abbandono della chiesetta, si prescrive di togliere il contenitore litico collocato in un angolo dell’edificio. Si tratta dello stesso contenitore di cui si era già fatto cenno negli atti della visita, nel 1579, dal delegato dell’arcivescovo che aveva indicato il suo utilizzo “pro baptisterio”. Questa laconica notazione indicherebbe che Santa Margherita, fin dall’epoca medioevale, avrebbe avuto la prerogativa di chiesa battesimale, di norma riservato alla chiesa principale della pieve, nel caso della Valsassina a San Pietro a Primaluna.Secondo lo storico, per spiegare questa anomalia, rara nella diocesi ambrosiana, occorre prendere in considerazione “la particolare configurazione “di frontiera” e di luogo fortificato che ebbe a caratterizzare anticamente l’estremità settentrionale della pieve Valsassina:in particolare la valle di Casargo e l’alta testata della Val Varrone”.Quindi, proprio per le caratteristiche di chiusura di questo territorio e il relativo isolamento rispetto alla sede prepositurale, nell’area”periferica” della val Casargo, si sarebbe realizzata una forma di autonomia ecclesiastica già dall’epoca feudale; l’oratorio di Santa Margherita ne sarebbe stato il principale tempio sacro e proprio per questo dotato di una prerogativa tanto importante. Tutto questo sembrerebbe essere avvenuto prima che si affermasse l’effettiva indipendenza (rispetto a San Pietro di Primaluna)della parrocchia di Margno (prima metà del XIV secolo), sotto il cui controllo passeranno in seguito tutte chiese della val Casargo e Sant’Andrea a Pagnona.Alla luce di queste considerazioni, il ciclo di affreschi con i santi delle varie chiese della val Casargo e di Pagnona acquisterebbe un significato coerente: i santi chiamati a raccolta, sotto l’immagine del Cristo, intorno alla fonte battesimale rappresenterebbero le comunità religiose di questa area che riconoscevano in Santa Margherita, forse il più antico edificio sacro del luogo, il loro centro spirituale e religioso.
Una ulteriore conferma dellapresenza nella chiesetta di un battistero è la scoperta, nel corso dei recentirestauri, di una fonte sotto il pavimento del presbiterio nella parte sinistradell’abside, vicino alla piccola porta fatta chiudere da San Carlo. L’acquasgorga ancora oggi direttamente da una frattura della roccia, su cui peraltropoggia l’intero edificio. Per il suo deflusso è stato necessario approntare unacanaletta di scolo per portare all’esterno l’acqua e costruire un piccolovespaio sotto il pavimento per consentire una maggiore aerazione e diminuirel’umidità sottostante. 
Forse la presenza di questa fonte che sgorga dallo sperone roccioso non è deltutto estranea alla fondazione, proprio in questo particolare luogo,dell’edificio religioso. E forse era proprio questa l’acqua che serviva per ilbattesimo dei primi fedeli nell’antica comunità cristiana dell’alta Valsassina. 


La Madonna dei Pastori a Indovero

Negli Atti delle visite pastorali di San Carlo Borromeo non si trova cenno del santuario della Madonna dei Pastori, chiamato anche Madonna di Pomaleccio, per il semplice fatto che esso ancora non esisteva. L’arcivescovo il 29 ottobre del 1566 veniva da Pagnona eseguì l’itinerario che il suo contemporaneo Paride Cattaneo della Torre proponeva nella Descritione della Valsassina: «Si parte da Pagnona et discendendo al fiume Varrone, passato il sinistro vado si ritrova sull’atra ripa un forno da ferro et altre fucine et fu edificato da M. Pavolo Mornico. Partendosi dal detto forno, salendo verso mezzogiorno al monticello di Piazzo si perviene et tornato nella valle Casargo pigliasi la via salendo verso il monte dalla destra parte venendo verso mezzogiorno lontano dalla valle un miglio per selve, boschi et prati passando,a Indovero si perviene. Evi una chiesa di Santo Gottardo Vescovo; de antichohano un alta torre et ancorché sia mezzo distrutta rende bella mostra di sé per essere in luogho eminente. Si passa una valletta et poi alla chiesa di Santo Martino passando per un miglio lontana da Indovero, si ritrova la villa di Naro. Hanno qua una chiesuola di santa Brigida et una di Santo Rocho».
San Carlo trovò la parrocchiale di San Martino – che era esattamente a metà della strada fra Indovero e Narro–, San Gottardo a Indovero, Santa Brigida, Santa Maria Consolatrice, i Santi Rocco e Sebastiano in Narro, oltre all’antico oratorio di Sant’Ulderico sul monte, classificato dallo Zastrow tra gli edifici romanici del secolo XI in Arte romanica nel comasco. Nella successiva visita, il 18 agosto 1582, consacrò la nuova chiesa parrocchiale di San Martino, essendo parroco Ambrogio Mornico, come si legge in un’epigrafe.Ampie notizie sui resoconti e sui provvedimenti del Borromeo si possono trovare in San Carlo in Valsassina di Eugenio Cazzani.
La Guida illustrata della Valsassina di Fermo Magni, accennato agli itinerari per Indovero che si potevano seguire negli anni venti del secolo scorso (ora ci sono strade asfaltate sia da Casargo sia da Vendrogno),riferisce: «Indovero è un villaggio che appare anche più elevato di quanto non sia, perché il pendio ripido del monte, che precipita su Taceno, rende più sensibile il dislivello, Le case addossate le une sulle altre sul breve pianoro, sono presso che nascoste sotto una selva di castani e di noci. La posizione offre un panorama incantevole. Tra Indovero e Casargo è la Chiesetta di Santa Maria a Pomaleccio, meta di una sagra, che si celebra la seconda domenica d’agosto».
Tutto quello che si sa intorno al santuario di Pomaleccio è nel Cronicon di don Pacifico Scuri da Pagnona, parroco dal 1897 al 1946. Su un blocco di cemento della cupola è incisa la data 12 giugno 1760 con il nome dell’allora parrocoGiovanni Magni d’Introbio, che fu a Indovero e Narro dal 1757 al 1771. Sembra evidente che si tratti del giorno in cui furono terminati i lavori di costruzione. È poi inciso 1774 sulla base di una colonna di granito del portico, a indicare che esso fu aggiunto in quell’anno.
Riferisce il Cronicon che «Santa Maria di Pomaleccio fu eretta sul sito di un’antica cappella sacra alla Madonna cui in specie i pastori del luogo portavano speciale devozione per le straordinarie grazie riportate nel secolo XVII. Allo scopo, a voto dei pastori, si passò all’attuale erezione dell’oratorio, del quale si dice in una scritta: A nuovo rimesso l’anno 1903.Sito dove la Beata Vergine nella miracolosa immagine fece il primo miracolo.Trasportata l’anno 1759 lì 7 luglio».
Nel 1910 il curato Scuri con solenne processione vi collocò una statua dell’Immacolata, «squisito lavoro del signor Speluzzi di Milano».
In loco è possibile anche ascoltare la leggenda della Pina:accadde un tempo, così tramandava la vecchietta, che due fratelli, litigando nel bosco, giungessero sul punto di avventarsi l’un contro l’altro con i coltelli.Già stavano per colpirsi quando i loro sguardi s’affissarono a una Madonnina che era dipinta su una vicina cappelletta. Si aprirono i loro occhi accecati dall’odio,i coltelli caddero dalle loro mani e i fratelli s’abbracciarono rappacificati per grazia della Vergine, in onor della quale promisero di costruire una chiesetta. Fecero intanto trasportare più vicino al paese il tabernacolo, che l’indomani fu ritrovano al posto di prima; il trasferimento fu ripetuto, ma ancora l’immagine sacra tornò dond’era venuta. Si capì in tal modo che la Madonna voleva la chiesetta presso il torrente Pomaleccio, sulla vecchia mulattiera che da Indovero portava a Casargo. E lì sorse il santuario dove ancora si fa festa, la seconda domenica d’agosto.
Sopra l’altare della settecentesca chiesetta d’Indovero è la venerata effigie della Vergine con il Bambino; su un lato della nicchia è dipinta Santa Caterina d’Alessandria. La struttura che incornicia le immagini reca scritto: Pietro Adamoli e suoi figli per sua devotione.