Storia – Colico

Fontanedo e la sua torre

Intorno all’anno Mille probabilmente il castrum de Colego sorgeva sul Montecchio nord, al quale, secondo Pietro Pensa che ne accenna in un saggio sulle fortificazioni lariane, vanno riferite le due attuali torrette. All’antica rete segnaletica del Lario dovette appartenere anche la torre di Fontanedo, della quale sono giunti sino a noi imponenti ruderi di opere, a dire ancora del Pensa, eseguite dai Visconti nel 1357. Egli non esclude, anzi ritiene probabile che già preesistesse una torre, che poteva trasmettere segnali alla celebre torre d’Olonio. A Fontanedo, che il Fattarelli nega potesse essere l’unico nucleo abitato dell’antica Colico, si trova l’oratorio di Santa Croce. 


Le coppelle del “sentiero del viandante”

Interessanti sono i massi con coppelle nel tratto di «sentiero del viandante» nella zona di Posallo, in territorio di Colico. Vale la pena di arrivarci da Dorio,attraversando così un territorio ricco anche di altre valenze. Dopo aver superato Mondonico di Dorio, con le sue case rustiche in grezza pietra locale,si passano le cascine dell’Asen tra superstiti filari di viti. Si domina la penisola di Olgiasca al vertice della quale si distingue l’abbazia di Piona. La mulattiera, retta da robuste muraglie in pietrame, supera la chiesina di San Rocco e raggiunge la località di Perdonasco, antico confine con il territorio di Colico e il più basso fra i maggenghi e gli alpeggi dei contrafforti del Legnoncino: Vercin, Vezzée, Sommafiume. Si raggiunge quindi la località di Sparese, dov’è la chiesetta della Madonna dei Monti e si prosegue fino a Posallo. Tutta la zona, ma in particolare quest’ultimo tratto, è cosparsa di massi erratici, sui quali sono incise numerose coppelle.


Forte Fuentes
Via Fuentes

Nel territorio di Colico, dalle cascine di Monteggiolo incomincia il viottolo che s’inerpica su un fianco del colle: è lo stesso che percorreva la truppa per raggiungere la zona delle seicentesche fortificazioni spagnole, delle quali sono rimasti solamente muri sbrecciati dopo le distruzioni ordinate da Napoleone Bonaparte per tenersi buoni i Grigioni che non avevano mai gradito il forte. Il forte di Fuentes, costruito fra il 1603 e il 1607 per iniziativa del governatore di Milano (che gli diede il proprio nome), a spese dei Comaschi, fu demolito nel 1796 per volontà del futuro imperatore di Francia fra il giubilo dei giacobini locali, ancora a spese dei Comaschi.
Don Pedro Enriquez de Acevedo, conte di Fuentes de Valdepero, «uomo giusto, saggio e di consumata esperienza» al dir di Giuseppe Rovelli nella «Storia di Como»,in amicizia con il cardinale Federico Borromeo, fu il governatore spagnolo dello Stato di Milano dal 1602 al 1610. Sua l’iniziativa di proteggere un delicato punto del confine, sul vertice del Lario, con un apprestamento difensivo, appunto il forte di Fuentes di Colico. José Chafriòn in «Plantas delas fortificaciones del estado de Milan» ci offre una «descripcion del Fuertede Fuentes». A Colico gli ingegneri del governatore trovarono «una montana capaz». Così il governatore «en breve tiempo» fece elevare le solide mura efregiare il forte di acconcia abitazione per i governatori, di numerosi quartieri, di abbondanti cisterne e di una graziosa chiesa, dotandolo altresì di quanto era necessario per il fine desiderato. Lo chiamarono il «Forte di Fuentes» perché era giusto si onorasse con esso il nome del suo fondatore.
Le principali vicende belliche ad esso legate portano le date del 1620, quando i cannoni del forte sparano contro i grigionesi scesi a sedare la rivolta dei valtellinesi; del 1704 quando la guarnigione del forte resiste vittoriosamente all’assalto delle truppe austro-tedesche; del 1706 quando la guarnigione cede(ultima tra le fortezze del territorio lombardo) agli austriaci condotti da Eugenio di Savoia. Il 19 gennaio 1782 l’imperatore Giuseppe II d’Austria decreta la soppressione del forte di Fuentes che l’anno successivo viene venduto con fabbricati e terreni. Nel 1796 Napoleone Bonaparte entra in Milano.Accogliendo la richiesta dei Grigioni, ordina la distruzione del forte, ormai pacifica dimora agricola. Da Como salgono centinaia di guastatori diretti dal generale francese Rambeau e la colossale fortezza cade a pezzi. Negli anni compresi fra il 1820 e il 1859 trovano rifugio fra le rovine del forte e nei suoi sotterranei gruppi di banditi che la gendarmeria austriaca, non riuscendo a sgominare, si limita a controllare. La zona tornerà ad avere notorietà militare alla fine dell’Ottocento quando lo stato maggiore del Regio Esercito ipotizzala costruzione di un’opera fortificata nella zona del Pian di Spagna a sbarramento delle direttrici dell’Adda e del Mera. Viene scartato il Fuentes,la cui collina è però inserita quale osservatorio e postazione sussidiaria del Forte Montecchio o Lusardi. Durante la prima guerra mondiale, nel quadro della linea difensiva Occupazione Avanzata Frontiera Nord, sulla collina di Fuentes viene costruita una cannoniera per artiglieria campale. Per togliere al nemico ogni punto di riferimento, i genieri demoliscono la torretta rotonda spagnola,che era rimasta intatta sul lato ovest. Oggi il forte spagnolo è chiaramente leggibile nelle sue strutture e infrastrutture: la fortezza, di pianta irregolare, misura in lunghezza 300 metri ed in larghezza 125 metri. È dotata di una costruzione a U che comprende gli alloggiamenti dei soldati, il palazzo del governatore, la chiesa, il mulino con il forno, le cisterne per l’acqua e, nei sotterranei, i magazzini. Affascinante nelle sue imponenti rovine, è immerso nella quiete del maestoso paesaggio alto lariano.


Forte Lusardi
Via Alle Torri

Il forte Montecchio Nord di Colico, altrimenti noto come Lusardi, è l’unico esempio di architettura fortificata italiana della prima guerra mondiale giunto sino a noi completo di cupole in acciaio, cannoni e buona parte dell’impiantistica. Quello di Colico è il tipico esempio di struttura legata alla geografia, oltre a dimostrare appieno i criteri strategici e costruttivi imperanti fra gli alti comandi europei dell’epoca. Erano anni in cui le artiglierie venivano considerate la carta decisiva per chiudere rapidamente i conflitti e spezzare sul nascere ogni velleità del nemico. Da questo punto di vista la posizione geografica di Colico divenne oggetto già dalla seconda metà dell’Ottocento di studi per l’installazione di una batteria destinata a chiudere gli sbocchi della Val Chiavenna e costituire uno sbarramento arretrato per bloccare la Valtellina (confine svizzero e austriaco) e controllare la viabilità dell’alto lago. Si considerò dapprima la costruzione di un nuovo forte a Fuentes, ipotesi scartata per l’eccessiva esposizione del colle ai tiri di controbatteria. Si preferì invece studiare la realizzazione di semplici batterie campali: oltre a Fuentes anche la penisola di Piona avrebbe ospitato dei pezzi, installati però in caverna. Congetture risalenti al 1901, allorché il quadro internazionale concedeva ai nostri comandi militari tempo per studi e dibattiti.
Ben diverso invece il tasso di nervosismo allorché, giungiamo al 1911, venne pianificata la difesa del settore denominato «Mera-Adda». I mutamenti avvenuti nel campo delle artiglierie da assedio crearono non poche indecisioni ai tecnici militari. In aprile si ipotizzò il seguente schieramento: Fuentes e Piona avrebbero ospitato parecchie postazioni campali, mentre la «batteria corazzata» su quattro pezzi da 149 mm in cupole corazzate girevoli sarebbe dovuta sorgere a Montecchio Sud. Nuovo contrordine a luglio: confermati Fuentes e Piona, si optò invece per la costruzione dell’opera principale a Montecchio Nord, nelle vicinanze del nodo ferroviario. Ed in pieno conflitto, con l’edificazione della «Linea Cadorna», venne ad aggiungersi la batteria suquattro pezzi da 75 mm, poco a sud di Castel Vezio, con osservatorio in rocciaubicato a ridosso dell’antica fortezza ed ancora visibile. Ma le carte d’epoca,come vedremo successivamente, attribuiscono a quest’ultimo appostamento un compito che esula dalla difesa della piana di Colico.
Le vicende costruttive del forte Montecchio occupano all’incirca due anni: i fondi necessari vennero stanziati con apposita legge nel 1912, mentre pochi mesi più tardi la direzione lavori del Genio militare di Milano eseguì, sullo schema di altri forti costruiti a difesa delle nostre frontiere, il progetto esecutivo.Innanzitutto si rese necessario approntare rami viabilistici, spesso con notevoli lavori in roccia, in grado di assicurare il transito ad artiglierie ed automezzi: le strade che conducono al Montecchio, a Piona ed alla sommità di Fuentes vennero terminate ad inizio dicembre 1913. Le prime fasi del conflitto videro la struttura di Colico ancora in corso di allestimento; ma nel dicembre 1914 i serventi delle quattro cupole ed al piccolo osservatorio in acciaio erano pronti ad eseguire il loro compito in quest’ultimo baluardo a difesa della pianura lombarda. Ma nell’estate del 1915, ad appena due mesi dall’entrata in guerra dell’Italia, al forte furono tolti i quattro cannoni da 149 mm. Le prime settimane di guerra avevano palesemente dimostrato come, nel duello tra cannone e corazza, questo tipo di opere possenti ma troppo raccolte,fossero l’ideale bersaglio per i mortai d’assedio da 350 e 420 mm schierati da austriaci e tedeschi. Sotto i colpi di maglio delle artiglierie, svanì sul campo e con gravi conseguenze la fiducia nei forti, solo teoricamente perfetti,voluti e progettati dal generale Henry Alexis Brialmont. Solo nel marzo 1918 i cannoni tornarono nel forte di Colico. L’ordine partì dall’allora sottocapo distato maggiore, Badoglio, perché si temeva una possibile spallata austriaca su fronte dello Stelvio-Tonale. Rimasto nel dopoguerra armato ed attivo, ritornò negli anni trenta a svolgere una funzione difensiva ben precisa. Era il momento delle grandi «linee» nazionali come la Maginot in Francia e la Sigfrido in Germania.In Italia si comincia a parlare del Vallo Alpino del Littorio: migliaia di bunker in calcestruzzo nascosti fra monti e boschi dal Piemonte alla Slovenia.Il forte di Colico, con quelli di Tirano e Bormio, avrebbe formato l’ossatura del Vallo al confine svizzero. Il presidio del forte venne affidato alla Guardia alla frontiera, organismo di «alpini senza penna» appositamente creato per «chiudere le porte di casa» come disse Mussolini. L’esito drammatico del secondo conflitto mondiale finisce con il consegnare il forte alle truppe tedesche e della Repubblica sociale italiana. Il Lusardi deve costituire l’avamposto del «ridotto alpino» della Repubblica sociale, le cui truppe,assieme a soldati tedeschi, presidiano l’opera fino ai combattimenti di fine aprile 1945. Tocca ad un maresciallo della Wermacht consegnare le chiavi del forte ai partigiani, dopo uno scontro a fuoco. In quell’occasione vengono anche sparatigli unici colpi di questo gigante di cemento ed acciaio. Furono colpi sparati probabilmente per curiosità. La distruzione delle tavole di tiro, prima della resa, impediva ogni efficace utilizzo dei quattro pezzi. Basta recarsi sul posto per capire come l’ipotesi di colpi diretti a sud contro la «colonna Mussolini» sia da consegnare al settore leggende belliche. Dopo la guerra, la struttura funge quindi da deposito munizioni dell’esercito italiano prima della«pensione» e del lungo periodo di abbandono che precede gli interventi di restauro e valorizzazione degli ultimi anni.
Nel visitare il forte non si può non restare a bocca aperta: si comincia dagli alloggi, salendo lungo la galleria blindata con feritoie, superando il cunicolo delle polveriere scavate nel cuore della montagna e dotata di un impianto di deumidifcazione, per raggiungere la batteria, un edificio in pietra e calcestruzzo su due piani. Al primo troviamo il locale del gruppo elettrogeno(un generatore dotato di un innovativo sistema di abbattimento fumi) ed altri magazzini, mentre al secondo piano è possibile vedere il pozzo dell’osservatorio,salire nelle cupole per studiarne la tipologia dell’installazione e dei pezzi.Tutto è perfettamente funzionante: è possibile ruotare l’intera torretta e regolare, senza fatica, l’alzo della canna del peso di quasi quattro tonnellate. Ovunque scritte degli anni trenta. Cupole e cannoni sono della fabbrica francese Schneider. Lo spessore totale delle cupole si aggira sui 16 centimetri, comunque insufficiente già nel 1915 a sostenere tiri di mortai d’assedio. Interessante anche il sistema di condotte per l’areazione dei locali ed il sistema di tubi in ottone (un interfono identico a quello impiegato sulle navi) per la trasmissione dei dati ai quattro pezzi. Alla sommità della batteria le cupole si offrono per essere immortalate dalle fotografie di questa corazzata di cemento.


Linea Cadorna

È una novità per diversi motivi. Per l’argomento, prima di tutto: la prima guerra mondiale, la Grande Guerra che a partire dall’agosto 1914 e fino al novembre 1918 segnò tragicamente la storia dell’Europa e in particolare delle terre di confine tra Italia e Austria. Per gran parte degli escursionisti che salgono su queste montagne si tratta senza dubbio di un tema nuovo, ben diverso dall’ormai tradizionale approccio alla meravigliosa storia di leggende, magia e cavalleria castellana. Un tema nuovo ma assolutamente necessario in un momento storico in cui sembrano risorgere i nazionalismi e le lacerazioni tra diverse comunità e in cui si rischia, per di più, di dimenticare pericolosamente la storia del Novecento. Alla memoria, infatti, alla consapevolezza e comprensione di un passato tragico e doloroso da parte delle nuove generazioni è diretto il recupero della «Linea Cadorna». Nuovo è anche il metodo di lavoro: non soltanto il recupero dei luoghi e dei manufatti, ma anche della sua memoria. La prima guerra mondiale anche come evento simbolo della formazione, storica e culturale, dell’Europa contemporanea.
Il punto di partenza, oltre naturalmente alla suggestione storica dei luoghi, è quel patrimonio di umanità di chi visse gli anni della Grande Guerra da soldato, da profugo, da semplice testimone del tempo, di tante vicende sospese tra patrie lontane. L’insieme di queste micro storie dà l’esatta dimensione della portata che ebbe il conflitto per le nostre vallate, che pagarono un tributo altissimo di vite umane, aggravato pochi anni dopo sui fronti di guerra del secondo conflitto mondiale, con conseguenze devastanti per la civiltà delle Alpi.
Camminando tra queste postazioni, al cospetto di queste vette, è impossibile non rivolgere il pensiero agli orrori ed alle follie della Grande Guerra, di ogni guerra. E il pensiero va ad altre cime (l’Adamello, ad esempio, che dal Pizzo dei Tre Signori si individua sull’orizzonte nord orientale; e più a nord il gruppo Ortles Cevedale) che furono terreni degli aspri combattimenti fra alpini italiani e kaiserschützen e kaiserjäger tirolesi, protagonisti di un estenuante conflitto di postazione nel quale i punti chiave venivano ripetutamente presi e persi in una sanguinosa altalena. C’è quindi un duplice interesse,escursionistico e storico, a motivare le escursioni in questa zona. Infatti,oltre a ripercorrere le tracce dei primi esploratori attratti dal fascino delle vette o, nel caso dello sci alpinismo, dalle immense distese bianche, frequentando questa zona è possibile scorgere le testimonianze della Grande Guerra.
Il tratto orobico della linea difensiva Occupazione Avanzata Frontiera Nord (OAFN o anche «Linea Cadorna») presenta le tipiche caratteristiche della fortificazione campale di montagna: imprese e maestranze civili con l’ausilio di manodopera militare della Milizia Territoriale realizzarono, utilizzando la pietra locale a secco, chilometri di trincee, piccoli ricoveri scavati faticosamente in roccia, piazzole e caverne per mitragliatrici ed ampi sbarramenti di filo spinato. Dietro a questa linea continua troviamo casermette, osservatori blindati, piazzole, casematte e possenti cannoniere incaverna destinate ad accogliere cannoni e obici da 75, 149 e 210 mm, pronti a fiaccare il nemico e ad appoggiare eventuali contrattacchi. Salendo dalle rive del Lario nella direzione del Pizzo dei Tre Signori, utilizzando il tracciato della Dorsale Orobica Lecchese (con le relative guida e carto guida), troviamo ad esempio l’imponente batteria in caverna numero 110 e la numero 109 entrambe a Locotocco, mentre l’ultima batteria dell’OAFN per ordine numerico è rappresentata dalle casematte in calcestruzzo della 111, al Roccolo Artesso. Dalle rocce sovrastanti il castello di Corenno Plinio le trincee si snodavano seguendo la linea di cresta, interessando Vestreno (località Bacino),Locotocco, Sommafiume, Roccolo Artesso e Roccoli Lorla. Sulla cima del MonteLegnoncino era stato ricavato un osservatorio in caverna. Ma la «Linea Cadorna»sbarrava anche Bocchetta di Trona, Bocchetta Colombana, Stavello e Pizzo Rotondo. Ogni via che avrebbe potuto facilitare la penetrazione verso la pianura lombarda venne munita e presidiata: Verrobbio, Passo San Marco, Lemma e San Simone, Passo Dordona, Publino e Venina. Si ottenne così un catenaccio saldato al campo trincerato del Mortirolo.
Il nemico austriaco non doveva sfondare dallo Stelvio al Tonale, ma per tutta la guerra si temette anche una sorpresa nemica dalla frontiera svizzera. Appunto per prevenire questo pericolo nacque l’OAFN, i cui lavori durarono dal 1916 al 1917. Oggi la traccia più consistente ed ammirevole di quei lavori è individuabile nella fitta rete di strade camionabili, mulattiere e sentieri di arroccamento spesso ottimamente conservati ed utilizzati da gitanti ed automobilisti. L’intera Val Varrone venne collegata viabilisticamente da Dervio sino a Premana mentre una tortuosa quanto lunga pista si inerpicava alla cima del Monte Legnone, per servire il piccolo campo trincerato dell’Alpe Scoggione. Da Premana ci si può ancora servire delle mulattiere militari per raggiungere i resti delle trincee alle bocchette Stavello, Colombana e Trona. Le opere fortificate che si incontrano lungo la Dorsale Orobica Lecchese furono le ultime ad essere costruite, in un regime di frettolosa economia: meritano comunque l’attuale valorizzazione, premessa alla loro progressiva tutela.
Le attuali strade della Val Varrone nacquero dunque in quegli anni come strade militari. Da Dervio una rotabile conduceva a Vestreno e Sueglio, con diramazioni per Sommafiume e Roccoli d’Artesso. A Tremenico si staccava un’altra strada per la bocchetta dei Roccoli Lorla. A Gallino si staccava la lunghissima strada del Legnone. A Premana una strada militare, che ricalcava in parte la vecchia «strada di Maria Teresa» o strada delle miniere, conduceva verso la Bocchettadi Trona. Un tronco stradale si staccava al Gebbio verso la Prodace e risaliva la Val Fraina per sdoppiarsi e salire da una parte alla Bocchetta di Stavello e dall’altra alla Bocchetta di Colombana.
Alla Bocchetta di Stavello vi sono due appostamenti con muri in pietra a secco e feritoie in cemento per armi automatiche. Salendo lungo la cresta verso il Monte Rotondo, a valle del versante che dà verso l’Alpe Fraina, vi sono i ruderi di una piccola caserma, poi una serie di camminamenti con scalinate che seguono la cresta, formati da un doppio muro a secco e postazioni per i fucilieri. Da qui è facile rintracciare, più in alto, la galleria scavata incaverna, che guarda sul versante della Valtellina, destinata ad ospitare pezzi di artiglieria. A quota 2120 un’altra postazione in pietra a secco e due avancorpi verso la Val Gerola, ha una serie di feritoie su entrambi i lati. Un camminamento con postazioni per fucilieri di trova 60 metri più in alto.L’assenza di vegetazione rende facile l’osservazione delle opere in muratura che si trovano anche salendo ancora più in alto. A quota 2380, infatti, si possono visitare i ruderi di una postazione costruita ad emiciclo. Ormai si è vicini alla vetta tondeggiante del Monte Rotondo, una decina di metri sotto la quale è una piazzola con l’appostamento per un cannone.
Alla Bocchetta di Colombana si notano i consistenti ruderi di due grandi casermette oltre che una vasta piazzola per armi pesanti. Risalendo il lato sud della Bocchetta, si incontrano tre postazioni in pietra, disposte a varie altezze.Sul lato nord si nota invece un camminamento che conduce ad una postazione per artiglieria, protetta da una trincea in muratura disposta a mezzaluna, lunga una trentina di metri, con feritoie ricoperte da grandi lastre di pietra, una delle quali porta incise delle iniziali e la data 1916. Non lontani da questa sono altri due tratti di trincea. Salendo verso la Cima Fraina a quota 2280 vi è una trincea con feritoie quindi due postazioni con piazzole percannoni e, proprio in vetta, un piccolo osservatorio.
Alla Bocchetta di Trona, che si raggiunge seguendo la strada militare che sale fino ai piani di Varrone, sopra il passo c’è una ridotta in cemento con due avancorpi agli angoli nord e sud, caratterizzata da feritoie rettangolari. Qui è facile distinguere tra la prima linea di trincee, della quale si scorgono ancora tracce, e la seconda linea, sempre di trincee, con piccoli locali,probabilmente dei depositi di munizioni. Una postazione a mezzaluna punta sul lago di Trona: da questa parte un camminamento in galleria che conduce ad un osservatorio da cui lo sguardo spazia sulla Val Varrone. Sul versante oppostosi scende verso la casera nuova di Trona dove, a monte della stessa, si scorgono le trincee che servivano a proteggere il passo da un eventuale attacco proveniente dalla Val Gerola.
Nel territorio ad occidente del Lario vennero realizzate le postazioni della linea di difesa avanzata che dal valico di San Lucio proseguiva per il monte Garzirola, il Pizzo di Gino, il passo di S. Jorio, scendendo infine a Gravedona. Si trattava comunque di una linea avanzata: la vera linea di arresto, paragonabile a quella realizzata nel tratto orobico tra il Lario e la Bocchetta di Trona,venne realizzata più a sud, utilizzando come bastione il Monte Galbiga. Cannoniere in caverna, trincee, camminamenti e postazioni sono comunque visibili, per quanto riguarda il territorio della Comunità Montana Alpi Lepontine, nei territori di Porlezza, Bene Lario e Grandola ed Uniti. La prima postazione è al Pian della Poma, in territorio del Comune di Porlezza da dove,proseguendo verso est, si raggiunge la zona dell’Alpe Bene di Sopra dove si trovano un osservatorio con retrostante galleria e un camminamento. Ad una quota più bassa si trovano i trinceramenti della località «Stainpee» con camminamenti, postazioni di tiro e gallerie, le trincee del «Truc» e del«Gorel» entrambe con gallerie. Il percorso escursionistico sedimentatosi sui tracciati militari risalenti al primo conflitto mondiale continua fino all’Alpe di Grona nel territorio di Grandola ed Uniti.
Qui è interessante considerare gli elementi strategici che portarono alla realizzazione di questa linea che, suddivisa in più settori, andava dalla Valle d’Aosta alla Valtellina (campo trincerato del Mortirolo tra i fronti dello Stelvio e del Tonale). Si trattava innanzitutto di una linea di difesa ad oltranza, in alcuni punti arretrata rispetto al confine. Il settore Ceresio-Lario, da Como a Menaggio, rappresentava il punto di maggiore prossimità alla pianura lombarda. L’importanza di questa zona era tale che tutti i piani elaborati prevedevano, quale primo obiettivo da raggiungere al segnale di ostilità, l’occupazione dell’intero Mendrisiotto fino a Capolago. A tal fine si era previsto di concentrare inizialmente il fuoco delle artiglierie sulla diga-ponte di Melide, unica via di collegamento stradale e ferroviario con Lugano attraverso il territorio svizzero. Tra i grossi calibri preposti all’opera di demolizione erano state previste anche tre batterie di mortai da 305 mm, che in realtà non vennero mai assegnate. Tale azione, oltre che migliorare nettamente la posizione delle nostre fanterie, avrebbe consentito l’agevole occupazione del monte Generoso a protezione e sostegno della Sighignola, punto strategico dell’intero settore. La linea di difesa ad oltranza, da Porlezza fino a Menaggio,utilizzava la catena montuosa a sud della Val Menaggio, che opponeva una sufficiente difesa naturale, tale da potervi diradare lo schieramento dei reparti. Nel settore San Lucio – San Jorio era invece prevista l’occupazione della linea di confine per una prima resistenza sufficiente ai reparti per schierarsi sulla linea di difesa a sud della Val Menaggio. Il settore Mera-Adda proponeva la catena orobica, sul versante meridionale della Valtellina, quale limite di difesa ad oltranza. A difesa dell’intera linea era stato ipotizzato l’impiego di nove divisioni, sette di fanteria e due di cavalleria, con l’appoggio di una cinquantina di batterie di diverso calibro. Veniva esclusa la possibilità di un’irruzione avversaria del tutto improvvisa: si decise quindi lo schieramento dei reparti solo in caso di reale necessità. Venne quindi previsto un piano di utilizzo delle linee ferroviarie in base al quale le sette divisioni di fanteria si sarebbero posizionate in undici giorni. Il piano prevedeva, dopo la disgregazione della massa d’urto avversaria, un nostro balzo controffensivo con l’occupazione, sul saliente ticinese, del Monte Ceneri e su quello valtellinese del Passo del Bernina con la conseguente occupazione della cresta di confine a nord del fiume Adda.
L’interalinea non venne mai utilizzata e quindi non fu mai armata. «Per fortuna – ha scritto il generale Ambrogio Viviani – altrimenti sarebbe finita come a Caporetto».