Storia – Introbio

Giuseppe Arrigoni, lo storiografodella Valsassina, nacque a Introbio nel 1811. Laureatosi in fisica e matematicaa Milano e rientrato a Introbio, si dedicò alla stesura delle Notizie storiche della Valsassina e delle terre limitrofe dalla più remota età fino all’anno 1844. L’opera, divisa in cinque parti, analizza compiutamente la storia della Valsassina e resta tuttora un prezioso sussidio per la conoscenza del territorio. Nel 1848 Arrigoni fece parte del Comitato di pubblica sicurezza lecchese e fu redattore del Bollettino delle più recenti notizie,che veniva pubblicato giornalmente per informare la popolazione sulle vicende della guerra. Dopo il ritorno degli austriaci, trascorse mesi in esilio in Svizzera,a Torino e in Toscana. Rientrato a Lecco grazie alle attenuazioni delle misure di polizia austriache, si stabilì definitivamente a Introbio, dedicandosi allo sviluppo delle attività della Valsassina e agli studi di usi, costumi,linguaggio dei suoi abitanti. Morì il 23 ottobre 1867.


Per la valle della Troggia,scrive l’Arrigoni nelle Notizie storiche della Valsassina, «si andava direttamente, e in poche ore, nella Rezia»,tanto che vi passarono anche alcuni eserciti. Ciò giustificherebbe l’ipotesiche a Introbio, a custodire l’imboccatura di questa Via gentium, esistesse una stazione militare fin dai tempi romani.
Sarà il caso di ricordare che in questo borgo ebbe sede il «Palazzo della Comunità» (così lo chiamava, nel ‘500,Paride Cattaneo della Torre), nel quale risiedeva il Podestà di Valsassina e si radunavano «li homini della predetta valle a far loro concilii, a far et creare li suoi sindici, et canepari, li quali habbiano a tenir conto della Repubblica,a scuoder le tanse, taglie, imposte, sale, censi, mensuali, cavalarie, focolari,perticati, angarie, ordinarj, straordinarj, et altri simili manegi» (la nomenclatura fiscale, come si vede, non era meno varia di quella di oggi).


La torre

«La Valsassina aveva un governo proprio. Il podestà o pretore, nominato dal governatore di Milano, vi durava in carica due anni, potendo però essere confermato per un altro biennio.Anticamente sedeva a Primaluna, di poi ad Introbbio nel palazzo detto pur oggi il Pretorio». Così nelle «Vicende della Brianza» di Ignazio Cantù. E dal«Larius» di Anton Gioseffo della Torre di Rezzonico apprendiamo che ilvillaggio di Introbio, «inter Saxinates nobilior», «ferreis celebratur fucinis».Raccontando poi del passaggio delle truppe del Rohan, nel 1636, Anton Gioseffo dice che allora a Introbio questi apprezzatissimi forni per la fabbricazione delle palle d’artiglieria furono rovinati dal suddetto capitano «admiranda celeritate». La Guida del Fermo Magni annota che «nel mezzo del paese sorge ancora ben soli dal’antichissima torre, che pare si debba far risalire all’undicesimo o al dodicesimo secolo; intorno a questa si stringeva nei momenti di pericolo la difesa del paese… Si ricorda l’assalto di seimila Grigioni, calati dalla Valdella Troggia, sostenuto e respinto eroicamente dagli Introbiesi nel 1531.Nella travatura del tetto sonvi ancora i proiettili che i Grigioni vilanciarono».


Ebbero a vivere secoli ben tristile genti di Valsassina, sopportando invasioni, devastazioni, pestilenze,sciagure naturali, onerose servitù feudali. Un tempo a batter cassa furono anche gli Arcivescovi di Milano che vi avevan signoria, come Roberto Viscontiche, in una lettera del 20 febbraio 1355, costituiva Andreino Fasolo suo procuratore speciale «ad petendumexigendum et recipiendum a Comuni hominibus et singularibus personisVallisassine Bellani Dervii et motium Mugiasche Varene et Hesini iuridictionisArchiepiscopatus nostri mediolanensi».
Si deve ritenere che gli uomini di lassù non dovesser essere troppo solleciti nel pagare il richiesto se lo stesso Arcivescovo in altra lettera doveva lamentarsi che «nostri fictabiles, decimarii, censuarii ed reddituarii vallis nostre Vallissaxine pro pluribus annis proxime preteritis de fictis, decimis, censibused redditibus nobis seu nostre Archiepiscopali curie debitis non satisfecerint»,avevan fatte orecchie da mercante gli anni addietro, nonostante «ob hoc vario et diversos processusexcomunicationis et penam aliam pecuniarum continentes fecerimus contra ipsos»,incuranti di processi, scomuniche e pene pecuniarie. Nell’occasione ildestinatario della lettera (indirizzata «sapientiviro domino Teodoro de Brachiis iurisperito vicario nostro Vallissaxine»)era pregato «quatenus realiter etpersonaliter compellatis cavilationibus cessantibus quibuscumque», di costringere tutti, abbandonato ogni cavillo, a saldare i debiti in quanto «pecunia» eran da versare alla camera di Bernabò Visconti.


Gli Statuti di Valsassina

Sopra i disagi, le difficoltà, le miserie, emergeva lo spirito di «comunità» che trovava proclamazione definitiva negli Statuti promulgati nel novembre del 1388 ma certamente derivanti da regole preesistenti, se delle nuove si affermava che erano «ordinata et reformata». «Infrascripta sunt statuta et ordinamenta communitatis Vallissaxine et Montium Varenne, Exini, Dervii et Mugiasche»:così s’apriva il documento, fissando la dimensione territoriale della stessa«comunità» con una formula che sarà sempre ripetuta tenendo uniti Valli e Monti. E ancora nelle prime righe si dichiarava che gli Statuti erano stati fatti, oltre che a onor di Dio, della Vergine, dei Santi Pietro, Paolo e Ambrogio e dell’Arcivescovo di Milano, «adbonum et pacificum statum communitatis, hominum et singularum personarum dicteVallis et Montium predictorum».
Emilio Anderloni, che li haripubblicati nel 1913 nel Corpusstatutorum italicorum, osserva che questi Statuti di Valsassina «si presentano senza grandi lacune, come si addice a una così vasta comunità, e sono tra i limitrofi i più completi». Non è evidentemente questa la sede per curiosare tra le norme, nel penale, nel civile e nell’amministrativo; basterà ricordare che a modi di rigorosa democrazia si improntavano le forme di governo, sia nel Consiglio generale della Comunità, sia nei singoli Comuni, sia nelle quattro Squadre in cui era ripartito il territorio: di Cugnolo (Cortenova, Bindo, Taceno,Margno, Vegno, Crandola, Valcasargo, Piagnona, Premana); di Mezzo (Pasturo, Baiedo, Introbio,Vimogno, Barcone, Gero, Pessina, Primaluna, Cortabbio); di Consiglio (Barzio, Cremeno, Cassina, Moggio, Concenedo); dei Monti (Muggiasca, Perledo, Narro,Indovero, i due Esino e Parlasco).


La Valle e il Lario

La rinata Comunità, che già nella fase di gestazione – negli anni sessanta del Novecento – giustamente rivendicava l’eredità di un fiero passato e popolazioni unite da secoli di storia comune, da costumi profondamente simili, da economie parallele, da numerosissimi legami familiari, ha attratto in sé anche la «riviera» che non era parte dell’antica. Ma è bene sia stato così, perché il lago nel quale bagnano il piede le montagne di Valsassina, il lago nel quale si versano le acque scendenti dalle sue valli – che vi hanno formato le costiere con i material depositati nei millenni – è bello, opportuno e giusto faccia una cosa sola con la Valsassina, completandone con realistica naturalezza l’immagine.Anche in passato, del resto, il Lario era considerato «il lago di questa valle»; i Valsassinesi, anzi, vi avevano un accesso diretto, a Olivedo, di là dalla foce dell’Esino, un luogo detto altresì Molvedro che vien da «Molovetro», molo vecchio.
In Varenna e Monte di Varenna Vittorio Adami ricorda che «Giovanni Antonio Rozonus, commissario delegato dal governatore dello stato di Milano Ferrante Gonzaga, con decreto in fata 28 settembre 1548 proibisce, sotto pena di gravi multe, al comune di Varenna di esigere il dazio sulle merci sbarcate alla riva di Olivedo o Molvedro da parte degli uomini del Monte di Varenna,perché questa spiaggia formante confine era di diritto del monte di Varenna e cioè della Valsassina». Lo stesso Adami informa su una lunga contesa accesasi nel 1661 tra il feudatario di Valsassina Giulio Monti, che a Olivedo aveva iniziatola costruzione di un nuovo molo, e il Conte della riviera che intendeva impedirgliela considerando la riva nella propria giurisdizione. Un arbitrato del Gran Cancelliere stabilì tra l’altro che fosse «lecito al detto signor Conte di Valsassina proseguire e per fetionare la fabrica del porto principiato».


Statuti e terre contese del XV secolo

Nei trecenteschi Statuti valsassinesi, al capitolo 5, si stabiliva che «vicarius seu rector dicte Valli et Montium» avesse il potere di nominare suoi vicari «in Talegium et Averariam». Le valli di Taleggio e d’Averara, nel bacino del Brembo, sieran date propri Statuti nel 1358 (prima di quelli di Valsassina da noi conosciuti, quindi), «ad honoremMagnifici et Excelsi Domini Domini Bernabovis Vicecomitis Mediolani» -ristampati nel 1980 in Monumenta Bergomensis con unite al testo latino la versione lombardo-veneta del 1487e la versione italiana del 1788 – ma di fatto erano associate alla Valsassina,insieme alla Valtorta, sia nel civile sia nell’ecclesiastico.
Dopo la pace di Ferrara del 1428,però, mentre il confine dell’Adda nel tratto da Calolzio a Trezzo era diventato praticamente definitivo tra ducato di Milano e repubblica veneta, incertezze e contestazioni vivaci erano insorte per la zona montana dove le valli bergamasche si contrappongono alla Valsassina, oltre che per alcune località vicine alla «Chiusa» di Lecco. Nemmeno dopo la pace di Lodi del 1454 le cose si chiarirono: essendo stata la Valsassina riconosciuta milanese, si sostenne che dovessero rimanere al duca anche le terre bergamasche che erano state della Valsassina. Soltanto nell’agosto del 1456 si raggiungeva un accordo con il quale si stabiliva che Pizzino, la Valle Averara e la Valtorta rimanessero a Venezia, cui restava pure quella parte della Val Taleggio sulla quale la repubblica aveva esercitato dominio fin dalla pace di Ferrara del 1428. Al duca di Milano restava l’alta Val Taleggio e segnatamente i territori delle parentele degliArrigoni, Rognoni, Amigoni, Quarteroni, con le terre di Cantolto, Manterga,Lavina, Vedeseta, Avolasio e Prato Giugno. Restavano anche al duca di Milano laValle di Morterone e Brumano, e tutti quegli altri luoghi che già teneva nel territorio di Lecco.
Gli uomini di Valtorta, cioè di un antico feudo dei Vescovi di Milano, non si mostrarono affatto felici di essere separati dalla Valsassina e protestarono. Così, quando sul finire del gennaio 1457 le parti entrarono in possesso dei territori reciprocamente assegnati, il duca di Milano dovette scrivere ai «dilecti nostri» di Valtorta per consolarli e invitarli a prestare «fidelitate et hommagio» ai nuovi governanti «subito et volunteri et debona voglia, senza difficultate et retardanza veruna»; ciò per fare cosagrata a lui e per «la felice et communenostra pace». A prendere possesso di Valtorta, riferisce Giuseppe Arridono in Notizie storiche della Valsassina,i Veneziani inviarono un Battistimo Olmo, il 25 gennaio; subito dopo la gente del luogo ebbe il permesso di reggersi con Statuti propri, emanati il 6 maggio successivo. L’Arrigoni dice ch’erano una copia di quelli di Valsassina.


Parrocchie ed antica giurisdizione ecclesiastica

L’antica giurisdizione ecclesiastica della Valsassina – con appartenenza, quindi, alla Chiesa ambrosiana – su contermini territori bergamaschi durò qualche secolo in più diquella civile. La Chiesa e i Canonici di Primaluna, si legge in un istrumento del 1467 pubblicato dal sacerdote Egidio meroni in Diritti e privilegi della chiesa prepositurale di Valsassina,avevano «sotto di sé sette cappellani» che avevano «cura d’anime», oltre che a Cremeno, Taceno, Margno e Premana, a Santa Brigida d’Averara, Santa Maria di Valtorta e Sant’Ambrogio di Taleggio. Essi erano «obbligati venire a celebrare vespro e messa» nella chiesa plebana nella festa patronale dei Santi Pietro e Paolo e per l’Epifania «sotto pena di soldi 24 terzaroli per ciascun Capellano e per ciascuna volta»; dovevan pure recarsi a Primaluna «a spese proprie» per ritirare «la Cresima, ossia li sagri oglij» in occasione della festa di «Pasqua maggiore», e ogni altra volta fossero «ricercati» dal Capitolo.
Tra il quindicesimo e il sedicesimo secolo si andarono costituendo le parrocchie: Santa Margherita di Cusio e Sant’Ambrogio di Ornica, San Giacomo di Peghera, San Pietro di Olda e San Giovanni Battista di Sottochiesa, San Bartolomeo di Cassiglio e San Giacomo d’Averara. L’erezione di queste due ultime avvenne nel 1566, e l’iniziativa fu di Carlo Borromeo. Nel decreto del santo Arcivescovo, richiamato in Porpore sacre nella verde Valsassina di Egidio Meroni, nel giustificare lo smembramento di San Giacomo d’Averaradall’antica parrocchiale di Santa Brigida «Domini Venetorum Mediolanensis Diocesis sub Praepositura Vallis Saxinae», si diceespressamente: «Salvis tamen etiamsemper, honore et praeminentia debitis prefato Rev. Praeposto Vallis Saxinae,prout qualibet Ecclesia Parrochialis tenetur versus suum Praepositum».
San Carlo visitò personalmente due volte, nel 1566 e nel 1582, tutta la «plebe de Valsasna», una delle più vaste nella sua vastissima diocesi, come ricorda Arsenio Mastalli nel quarto volume delle Memorie storiche della Diocesi di Milano; vide quindi anche tutte le chiese e parlò a tutte le popolazioni incontrate nella porzione bergamasca della giurisdizione di Primaluna. Per entrare in Valsassina salì entrambe le volte ai Piani di Bobbio. Federico Borromeo emulò il cugino esercitando il ministero pastorale della visita fin nelle più sperdute parrocchie di queste montagne, con la forza di trascendenza morale che ha ricevuto un imperitura omaggio di testimonianza nella pagine del «nostro» Manzoni. Gli avi del quale, va rilevato, vennero in Valsassina proprio da Taleggio.
Scrive Gualberto Bigotti in La Diocesi di Milano alla fine del secoloXIII: «Un documento, firmato in Milano il 30 aprile 1787 dal’arcivescovo Filippo Visconti e dal vescovo di Beergmo Giovanni Paolo Dolfini, rende noto che in seguito a una convenzione tra la sacra cesarea regia apostolica maestà(Giuseppe II) e la serenissima repubblica veneta, tutte le parrocchie ambrosiane situate sulla sponda sinistra dell’Adda appartenenti alle pievi di Olginate (Garlate), di Brivio, della val Averara e Valtorta, della val Taleggio e della piede di Verdello (Pontirolo) passavano sotto la giurisdizione bergamasca. Si trattava di 42 parrocchie che erano sempre state ambrosiane dirito e di giurisdizione». «In tal modo, osserva l’Arrigoni, perdetta la Valsassina anche la giurisdizione ecclesiastica sopra queste terre, le quali fin dai romani tempi le furono unite».
L’ultimo degli Arcivescovi di Milano a visitare le parrocchie «valsassinesi» nelle valli Taleggio e Averara fu Giuseppe Pozzobonelli; il Meroni nel saggio appena citato ci fa sapere che egli il 20 giugno 1754 consacrò la chiesa di San Giovanni Battista di Mezzoldo,«l’ultimo paesello della repubblica veneta che s spinge su verso Cà di San Marco, il passo per la Valtellina».