Letteratura – Varenna

Ammirando il triplice lago
di Turati e Gentile

Qui è opportuno fermarsi su alcuni paesi che, più di altri, caratterizzano le rispettive riviere. Anche qui si tratta di appunti, un assaggio degli infiniti particolari che si possono scoprire. Irresistibile è infatti l’invito a cercare e gustare i tesori profusi senza limiti in questa nostra terra benedetta e meravigliosa.
E’abitudine dei tempi più recenti, facciamo da Manzoni a oggi, che ognuno s’ingegni come meglio gli aggradisca nell’uso delle formule verbali con cui«presentare» il lago. L’importante è, evidentemente, l’effetto risultante dal riferimento al quale il lago si trova adattato. Per quanto riguarda proprio il nostro Manzoni lasceremo dire a Wolfgang Goethe, nei «Colloqui con Echermann»,che al suo romanzo «conferisce lo svolgersi l’azione nella seducente contrada intorno al lago di Como, la quale si impresse nel poeta sin dalla giovinezza,così che egli la conosce a menadito. Donde un grande e capitale pregio dell’opera: cioè la chiarezza e il mirabile minuto rilievo nella pittura dei luoghi».
Bella e significativa la definizione, per il Lario, di «triplice lago» che si trova nella singolare «Illustrazione storica geografica e poetica del Lario e circostanti paesi», curata da Pietro Turati e Antonio Gentile e uscita nell’anno 1858. Si tratta di una guida romanzata nella quale la descrizione di luoghi e di fatti è rivolta con discorso diretto a una piccola comitiva che sene va in visita per il lago. E proprio quando i gitanti sono sul promontorio di Bellagio si ha l’incontro con il triplice lago: «Oh qual scena dilettevolissima e rara qui allo sguardo s’aperse! A destra un lago, a sinistra un lago, difronte un lago e sulle loro sponde or puntute or sinuose una sequela impareggiabile di paesi e giardini in terminati».


Cesare Cantù: Varenna
e il castello di Teodolondia

Ci piace riprendere l’inizio d’un racconto di Cesare Cantù che ha per titolo «Isotta», scritto nel 1833 e raccolto con altri in un volumetto stampato a Vienna nel 1847: «In quei cari anni fra i diciotto e i venti, più volte, tra per diletto e per necessità, io doveva scorrere il Lario da Lecco a Colico. Non essendo neppure tracciata la strada, che ora è compita per comodo e per meraviglia, né tampoco udendosi parlare di battelli a vapore,si dove a fare quel tragitto in una barca comune, che partendosi la sera,giungeva sul mattino alla meta. Varia sempre era la compagnia: i più,negozianti che dal mercato ritornavano; qualche villico, qualche donna: di rado con chi discorrere; onde la notte si passava tacendo, se non veniva di quando in quando rotto il silenzio da una preghiera, che ai poveri annegati alzava il più vecchio navalestro, e a cui tutti rispondevamo. Una di quelle notti era più limpida del consueto, ed io, al chiarore di una piena luna, stavami ritto in piedi sulla spalliera, abbracciato agli arcucci della coperta, porgendo ascolto ai mille rumori che popolano l’amico silenzio della notte, e fantasticando come volentieri si suole a vent’anni, in una notte vegliata in mezzo al lago, e contante vergini speranze, quante erano allora le mie. Scosso e rivolto, mi trova ia fianco un sacerdote, di mezza età, di quella presenza che indica il pensiero e l’azione: e che anch’esso guardava, fantasticava, taceva. Fra due persone affette al modo istesso, agevole entrò il discorso; ed ora egli narrava a me le ricerche de’ sapienti e de’ curiosi intorno a quel lago: ora io mostrava a lui lo stupendo effetto delle fornaci di calce, sfavillanti come vulcani sulla bruna schiena dei monti della Valassina: indi egli m’additava sull’opposta rivale rocche in rovina, mi parlava de’ monasteri, di non so che regina Teodolinda,la quale, egli diceva, fabbricò quella torre alta sopra Varenna e il sentiero che costeggia il lago: ed io gli mostrava i solchi, da incognita causa increspati sul tranquillo dell’onde. – Guardi (io gli diceva) com’è puro lo zaffiro dei cieli! Le stelle ond’è tutto seminato, non pajono elle tante isolette di luce nell’oceano dell’aria? – Sì, mi soggiungeva egli: chi nel contemplarle non sente vivo il desiderio di salire più in alto di esse, e tuffarsi in una luce ancora più pura ed immortale? E tacemmo, e guardammo il cielo, i monti, il lago».
Lo scrittore tedesco Johann Georg Kohl proclama che il lago di Como non deve mancare in Paradiso, non essendo possibile trovare al mondo altro lago che lo avanzi in bellezze naturali. «Beatus Pater Larius» loappella Paolo Emilio Parlaschino, valsassinese, in una sua ode. «Ce lac sublime» lo dirà l’innamoratissimo Stendhal ne «La certosa di Parma», definendole nostre terre «luoghi incantevoli senz’uguali al mondo». Qui egli vedrà«paesaggi sublimi e deliziosi» dove «tutto è nobile e tenero, tutto parlad’amore, niente richiama le brutture della civiltà». Paolo Diacono aveva dedicato versi «in laude Larii lacus», descrivendo così le sue sponde:

Tu sei cinto d’uliveti da entrambe le rive,
non sei mai senza fronde, tu che sei cinto d’ulivi;
i melograni rosseggiano di qua e di là per i lietigiardini,
misti all’alloro rosseggiano i melograni.

Entro la magica atmosfera del Lario si possono capire le parole di Flaubert: «Vi sono dei luoghi della terra così belli che si desidera di stringerli al cuore».